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Su Mes ‘e idas: Dicembre in Sardegna

Mes ‘e idas nel Campidano, Mesi de idas nel Nuorese e nel Logudoro. E’ il mese di Dicembre, che si lega alle più importanti festività a carattere sacro e profano per celebrare il fuoco e la luce.

Nel calendario romano erano chiamate “idi” i giorni che dividevano il mese in due parti uguali, ovvero il quindicesimo giorno dei mesi di Marzo, Maggio, Luglio e Ottobre, e il tredicesimo giorno degli altri mesi. Alcuni studiosi hanno ritenuto, quindi, che il termine “idas” alludesse a questa antica consuetudine, sebbene, di recente, questa teoria sia stata superata.

Secondo alcuni linguisti, infatti, il termine sardo “idas” non sarebbe da attribuire alle idi del calendario romano, ma deriverebbe dalla radice indo-europea “idh”, da cui deriverebbe il termine sanscrito “edhas” che indica un legno da ardere, ma anche dal verbo greco “aitho” che significa accendere, ardere e splendere.

L’ultima fase dell’autunno, in particolare i giorni che precedono il solstizio d’inverno, è caratterizzata da meno ore di sole, dovute alla massima distanza di quest’ultimo dal piano equatoriale.

Ma dopo il solstizio, la luce del sole torna a risplendere con più forza e vigore, proprio come il fuoco. Pertanto non è escluso che la parola “idas” indichi proprio il fuoco o la luce. In quest’ottica non è un caso che importanti feste come Santa Lucia o Santa Barbara, che si celebrano rispettivamente il 13 e il 4 Dicembre, siano accompagnate dall’accensione di luci e fuochi, così come, al fuoco, è legato Sant’Antonio Abate, anch’egli veneratissimo nell’isola, la cui celebrazione si svolge il 16 e il 17 Gennaio con l’accensione de “su fogaroni”.

Ma perchè la luce, il fuoco e il sole erano così importanti nell’antichità? E cosa simboleggiavano?

Il solstizio d’inverno

Nel nostro emisfero il solstizio d’inverno è generalmente compreso tra il 21 e il 22 dicembre, che segna anche l’inizio della stagione più fredda. Una notte particolare, la più lunga dell’anno, che conta un numero minore di ore di luce. Ma dopo questa notte, gradualmente, le ore di luce aumentano nuovamente, permettendo alle giornate di ritornare ad allungarsi. Tutto dipende dall’inclinazione dell’asse terrestre e dalla distanza del sole rispetto al piano dell’Equatore. Il termine solstizio, infatti, deriva dal latino “solstitium”, composto da “sol”-, “Sole” e -“sistere”, “fermarsi”, perché il Sole si “ferma” sopra il Tropico del Capricorno (punto detto Zenith), come se la linea immaginaria che collega il sole al tropico formasse con questo un angolo retto. 

Nel calendario Giuliano – in uso dal I secolo a.C. al 1582, quando fu sostituito da quello Gregoriano – il solstizio d’inverno cadeva il 25 dicembre – una data assai familiare che oggi, nell’immaginario comune, coincide con il Natale – ma che nella sua concezione originale, alludeva alla “nascita” del sole e al giorno più ricco di ore di luce.


Il culto del sole

Il sole affascina l’umanità fin dall’alba dei tempi. Per le civiltà antiche rappresentava il centro dell’universo, la sapienza, la luce della conoscenza, lo spirito di tutte le cose. E in molte culture del passato, il sole era oggetto di venerazione.

Per gli Egizi era dio Ra, signore guerriero, in Persia era il dio Mitra, per i romani il Sol Invictus, a Babilonia veniva festeggiato il dio Shamash,  e successivamente la dea Ishtar con suo figlio Tammuz, considerato l’incarnazione del Sole. Ishtar veniva rappresentata con un’aureola di 12 stelle sul capo e col bambino tra le braccia, bambino che poi cresceva e moriva per risorgere dopo tre giorni. Anche la dea egizia Iside viene spesso raffigurata mentre tiene in braccio Horus, iconografia, questa, che ha influenzato non poco quella della Madonna col bambino nel cristianesimo. Ancora, nel mondo greco, Apollo è il dio del Sole.

Insomma, questo sacro elemento e la sua celebrazione cultuale è stato d’importanza fondamentale al punto tale da condizionare il pensiero, la religione e i culti delle grandi civiltà del passato e richiedere un enorme sforzo sincretistico nella costruzione della nuova dottrina cristiana.

Il culto di Mitra

Il culto di Mitra è quello che maggiormente ha influenzato il cristianesimo, soprattutto grazie alla mediazione attuata dai romani. Praticato inizialmente in area persiana, raggiunse una diffusione capillare anche in occidente, arrivando a Roma nel I secolo d. C., soprattutto come culto guerresco praticato dai legionari, e fondendosi con quello del “Sol Invictus”.

I paralleli fra il personaggio Mitra e la figura di Gesù sono tanti. Anche Mitra, ad esempio, nacque da una donna vergine nel solstizio d’inverno, fu adorato dai pastori, ebbe dodici discepoli, fu ucciso da una lancia che trapassò il suo costato e risorse dopo tre giorni. Ma non solo. Mitra era stato mandato sulla terra dal padre per combattere contro il male, resuscitò dal regno dei morti e ha il capo circondato da un’aureola di raggi solari, iconografia, questa, presa in prestito anche dai romani per il “Sol Invictus”.

Il culto del Sol Invictus

Il culto del Sol Invictus, che significa “sole non vinto”, si diffuse ufficialmente a Roma con l’imperatore Eliogabalo che tentò prematuramente di imporre il culto dell’imperatore come “Sole Invitto” nella sua città natia, Emesa, in Siria. Eliogabalo fece costruire un tempio dedicato alla nuova divinità sul Colle Palatino ma, a seguito della sua prematura morte nel 222 d.C., questo culto si affievolì, anche se molti imperatori continuarono ad essere ritratti sulle monete con l’iconografia della corona radiata solare.

Nel 272 d.C. Aureliano sconfisse la principale nemica dell’impero, la Regina Zenobia del Regno di Palmira, grazie all’aiuto provvidenziale della città stato di Emesa, arrivato giusto quando le milizie romane erano stremate.

L’imperatore raccontò di aver avuto la visione del Dio Sole di Emesa, che interveniva per rincuorare le truppe in difficoltà nel corso della battaglia. A prescindere dal sogno rivelatore, però, quella di Aureliano fu un’abile mossa politica per unificare e statalizzare il culto del Sole, dal momento che questo era presente in molte aree dell’impero, diventando egli stesso il tramite dell’iniziazione, indossando nelle cerimonie una corona a raggi, come quella di Mitra. Fu sempre Aureliano nel 274 d.C. ad edificare un tempio in onore del “Sol Invictus” sulle pendici del Quirinale con un nuovo nucleo di sacerdoti: i “Pontifices Solis Invicti”. In questo modo la festa del Sole diventò il culto più importante a Roma verso la fine del III secolo. La data scelta per la consacrazione del tempio del “Sol Invictus” fu il 25 dicembre, con una festa solenne chiamata “Dies Natalis Solis Invicti”. La festa del “Dies Natalis Solis Invicti” divenne via via sempre più importante in quanto si innestava, concludendola, sulla più antica festa dei “Saturnalia”, una celebrazione religiosa dedicata al dio Saturno. In questo modo il “Dies Natalis Solis Invicti” veniva incluso nelle celebrazione dei Saturnalia,  che  si prolungavano dal 17 al 25 Dicembre. 

Anche l’imperatore Costantino era un seguace del Dio Sole, in qualità di “Pontifex Maximus”, e raffigurò il “Sol Invictus” sulla sua monetazione ufficiale, con l’iscrizione “SOLI INVICTO COMITI”, cioè “Al compagno Sole Invitto”, definendo quindi il Dio come un compagno dell’imperatore. Fu sempre Costantino ad ufficializzare nel 330 d.C., per la prima volta nella storia, la festa della natività di Cristo, facendola coincidere con la festa pagana della nascita del “Sol Invictus”.

Nel 337 d.C. papa Giulio I ufficializzò la data del Natale per conto della Chiesa cattolica, come riferito da Giovanni Crisostomo nel 390:
« In questo giorno, 25 dicembre, anche la natività di Cristo fu definitivamente fissata in Roma. »

La festa ebraica di Chanukkah

All’inizio dell’inverno nel mondo ebraico si celebra Chanukkah, detta anche la Festa delle luci, una ricorrenza gioiosa e molto attesa. Sebbene non si tratti di una festa comandata dalla Torah, ricorda due avvenimenti importanti nella storia del popolo ebraico: il miracolo dell’olio sacro e la vittoriosa rivolta di Giuda Maccabeo contro Antioco IV di Siria che voleva imporre il paganesimo ellenista.

Dopo che nel 164 a.e.v., che Antioco IV – all’epoca regnante in Israele – aveva profanato il Tempio, dedicandolo al culto di Zeus, i rivoltosi, sebbene fossero in numero nettamente inferiore, riuscirono a vincere contro l’oppressione siro-ellenica e, una volta ripreso possesso del Tempio, la priorità fu quella di riconsacrarlo con l’accensione della Menorah, il famoso candelabro a sette braccia. Tuttavia fu trovata solo una ampolla d’olio puro, sufficiente appena per un giorno. E qui avvenne il miracolo: quella piccola scorta d’olio bastò per otto giorni, il tanto sufficiente per ritornare in possesso dell’olio sacro e riconsacrare il tempio.

In memoria di questo avvenimento per otto sere consecutive, tanto nelle case quanto nelle sinagoghe, si accende un lume della Chanukkia, il particolare candelabro utilizzato per Chanukkah, e si riflette sulla vittoria della luce sull’ombra e le tenebre, rinnovando la fedeltà ebraica verso la religione e le tradizioni in antitesi ai richiami dell’idolatria.
Si interrompono tutte le attività lavorative, ci si scambiano doni e si sta tutti insieme in allegria. Tipico è il gioco del “dreidel” o “suvivon”, che in Sardegna si chiama “su barrallicu”.
Caratteristici sono i dolci di Chanukkah e in particolare i bomboloni fritti nell’olio a ricordo della riconsacrazione del Tempio. Chanukkah inizia il 25 del mese ebraico di Kislev e dura otto giorni.

Altri nomi di Dicembre in sardo

Sebbene il termine Mes”e idas sia quello più diffuso, Dicembre viene chiamato anche in altri modi, soprattutto in relazione alla più importante festività cristiana, ovvero il Natale.

Tra i nomi più diffusi ci sono i termini Nadali e Nadale (al centro-nord) che riprendono chiaramente il nome della festa del Natale, derivando, probabilmente dalle “dies natalis”. In Campidano è attestata anche la forma Mes’e Paschixedda dal nome del Natale in campidanese, chiamato, appunto.

E tu, che programmi hai per Dicembre?

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