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La Tomba del capo nella necropoli di San’Andrea Priu: un tesoro archeologico nel cuore del Logudoro

di Federica Marrocu

Una domus de janas trasformata in chiesa rupestre custodita all’interno di una necropoli di età preistorica ubicata nelle campagne di Bonorva, in un contesto suggestivo e senza tempo che ha mantenuto la sua sacralità attraverso i secoli. Preziosissimi, poiché costituiscono quasi un unicum in Sardegna, gli affreschi che decorano l’interno di questa antica “casa delle fate”.

Sul versante settentrionale della catena del Marghine che sbarra trasversalmente il centro della Sardegna, si distende una vasta regione pianeggiante, dominata dal borgo di Bonorva. Poco distante dall’abitato, la silenziosa piana di Santa Lucia custodisce un tesoro di archeologia preistorica: la necropoli di Sant’Andrea Priu. Scavata nella roccia di un costone di pietra vulcanica essa rappresenta una vera e propria “città dei morti”, costituita da una ventina di tombe a camera risalenti al IV-III millennio a.C.
Una di esse spicca per le sue dimensioni: è stata chiamata Tomba del Capo ed è giunta fino ai nostri giorni come chiesa intitolata a Sant’Andrea.

Le domus de janas

Le grotticelle artificiali conosciute come  domus de janas sono una delle più tipiche tipologie di sepolcri che si trovano in Sardegna: la capillare presenza e il potere evocativo del loro aspetto, ha penetrato profondamente l’immaginario collettivo, dove si sono popolate di piccole fate dal carattere volubile e capriccioso, che trascorrevano il tempo a tessere su magnifici telai d’oro: le janas.

Comparse nel Neolitico, progressivamente le domus de janas, o case delle fate, si sono evolute e diversificate sia nelle dimensioni che nella decorazione, fino ad arrivare ad imitare le strutture abitative.

I contesti funerari sono estremamente interessanti perché rispecchiano la società a cui corrispondono: il fatto che le domus de janas imitino le case terrene, suggerisce che gli antichi abitanti della Sardegna concepivano la morte come il passaggio ad una dimensione non troppo dissimile dalla vita reale.

La Tomba del capo

La Tomba del capo ricorda, per la sua architettura, le capanne rotonde dal tetto a forma conica, tipiche dell’ambiente pastorale sardo. Si tratta dell’ipogeo più importante della necropoli; si articola in tre vani principali e alcune cellette laterali. In età tardo-antica e medievale è stato riutilizzato con funzione funeraria e cultuale.

Affreschi della volta

Tutti e tre gli ambienti recano tracce di pittura parietale: gli affreschi si differenziano notevolmente per stile e tecnica. Nel primo ambiente, che non sembra essere stato riutilizzato in età cristiana, sono rimasti lacerti di pittura in ocra rossa, il colore del sangue, tipico dei contesti funerari preistorici; nel secondo spicca la raffigurazione di una donna ritratta con il pallio, tipico mantello diffusissimo in età romana, che si rivolge alla croce (forse di inizio VI secolo).
La camera più interna fu probabilmente utilizzata come presbiterio ed infatti è completamente affrescata fino al soffitto, decorato con motivi geometrici. Sulle pareti sono raffigurate partendo da sinistra, sette scene della vita di Cristo; seguono le rappresentazioni di Cristo benedicente e degli apostoli.

Figura femminile

Non è facile datare questi affreschi perché fino al restauro, della fine degli anni ‘90 del secolo scorso, erano quasi illeggibili e ciò ha condizionato inevitabilmente l’esito degli studi fatti fino a quel momento; inoltre i raffronti possibili, in Sardegna, con esempi simili sono pochissimi: le pitture presenti nell’abside della Santissima Trinità di Saccargia e nella chiesa di San Pietro a Galtellì, rispetto alle quali le raffigurazioni di Bonorva sembrano più antiche.

La Strage degli innocenti

Una delle scene della vita di Cristo narra per immagini l’episodio evangelico nel quale Erode ordina il noto infanticidio, dopo aver ricevuto la visita dei Magi in cerca del re dei giudei, nato a Betlemme. Preoccupato, Erode invita i Magi a tornare da lui per riferirgli dove si trovasse esattamente il bambino, adducendo la scusa di volergli rendere omaggio, ma con il vero obiettivo di eliminarlo. I tre, avvertiti in sogno, fecero invece un’altra strada. Resosi conto di essere stato ingannato, Erode mandò i suoi soldati ad uccidere tutti i bambini maschi sotto i due anni di Betlemme e dintorni.


A Sant’Andrea Priu la scena è rappresentata in maniera schematica ma efficace: si vede una della madri con i capelli sciolti e le braccia protese verso il bambino che le è stato strappato dalle braccia da un soldato, che segue nella raffigurazione, il quale con una mano tiene il bambino sollevato. Speculare, si vede Erode in trono con la mano sollevata in segno di comando. Accanto a lui, altri soldati. Lo stile mostra una scarsa attenzione ai dettagli, a favore dell’efficacia comunicativa.

Peculiare ed interessante è la figura femminile: i capelli sciolti sono una costante nelle raffigurazioni di questo drammatico episodio. Le madri sono scarmigliate in segno di disperazione. In genere l’abbigliamento si compone di più capi, mentre la madre dell’affresco di Bonorva ha una veste molto semplice. Questa notazione sull’abbigliamento è importante perché la pittura è una fonte molto importante di informazioni a riguardo (sono pochi i corredi, raramente rimangono tessuti integri e ci mancano dati soprattutto sulle classi meno abbienti). L’abito della donna rappresentata nell’affresco sembra riferirsi al contesto locale e probabilmente all’ambiente rurale, giacché mancano accessori o componenti particolari, aprendo un piccolo spiraglio sulle abitudini e sulla vita quotidiana di un tempo lontanissimo e sospeso. Sulla base dell’analisi iconografica e dei confronti, la datazione più probabile è inclusa fra il VI secolo (periodo della riconquista bizantina dell’isola) e l’XI.

Bisogna tener conto del fatto che la scena della Strage degli Innocenti compare solo nella prima metà del IV secolo, probabilmente perché, essendo un episodio particolarmente drammatico, sarebbe stato incoerente con il carattere di positività che caratterizzò il primo cristianesimo. Non è, dunque, in generale un episodio che si trova spessissimo; a ciò va aggiunto anche il fatto che in Sardegna si sono conservati pochissimi esempi di pittura parietale dello stesso periodo: tutto questo, insieme al contesto, fa degli affreschi di Bonorva un vero e proprio tesoro d’archeologia, da proteggere, studiare e tramandare. 


Riferimenti Bibliografici

R. Coroneo, R. Serra, Sardegna preromanica e romanica

F. BIsconti (a cura di), Temi di iconografia paleocristiana


R. Caprara , La necropoli Sant’Andrea Priu, Sassari 1986.


R. Coroneo, Gli affreschi di Sant’Andrea Priu a Bonorva. Nota preliminare in Archivio Storico Sardo


R. CORONEO, Gli affreschi di Sant’Andrea Priu a Bonorva. Nota preliminare in Archivio Storico Sardo, XLIII, 2003.

R. CORONEO, R. SERRA Sardegna preromanica e romanica, Milano 2004.

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